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Firenze, Sabato 19 Agosto 2017 - ore 22:41
 
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LA CAPITALE A FIRENZE Parte Seconda
LA CAPITALE A FIRENZE Parte Seconda
Dal tracollo economico alla rinascita

Il Comune di Firenze, che con le nuove leggi centraliste perse la maggior parte delle imposte comunali, si trovò quindi con un debito colossale costituito dai soldi dati dai cittadini e da tutti gli istituti bancari locali, in particolare dalla Cassa di Risparmio. Firenze era alla miseria perché con la partenza degli impiegati statali, delle ambasciate, della Corte, dei militari, perse migliaia di persone con la conseguenza che i negozi e i teatri chiudevano. Il più grande e lussuoso teatro cittadino (il teatro degli Intrepidi) fu demolito e ridotto a magazzino. La disoccupazione era notevolissima e contribuì alla nascita di numerosi circoli anarchici. Le manifestazioni popolari di protesta erano frequenti: molti gli sfratti e molte le case sfitte. Con il debito salito alla astronomica cifra di 110 milioni, nel 1878, il Comune dichiarò fallimento, cessando di pagare stipendi e interessi sul debito. La Cassa di Risparmio, la cui direzione aveva dichiarato anni prima che non vi era garanzia migliore che imprestare soldi a un Municipio, con un credito verso il Comune di 60 milioni, dovette chiudere provvisoriamente gli sportelli, lasciando i cittadini senza soldi, tanto che gli affitti venivano pagati con libretti al portatore. In questa situazione molti cittadini dovevano affidarsi a usurai e speculatori. Si diffuse la miseria anche perché le numerose Società di Mutuo soccorso non avevano soldi per gli aiuti. Il sindaco Peruzzi, che aveva impegnato la maggior parte del suo ricco patrimonio nelle obbligazioni comunali, dovette vendere il suo grande palazzo di città e dal Governo si sentì accusare di cattiva amministrazione. Essendo anche Senatore, pronunciò un dignitoso discorso in cui dichiarò che se sì fu speso troppo fu perché il cuore di italiano sovrastò la testa; ma se si fosse saputo in precedenza che lo Stato non avrebbe rimborsato non ci sarebbe stato nessuno ad accettare il ruolo di sindaco.

Poiché erano aumentate anche le tasse, che pochi però riuscivano a pagare, dopo varie discussioni si decise che l’unico modo per riprendersi sarebbe stato lo sviluppo delle industrie e il conseguente lavoro. Questo sarebbe stato favorito dalla stessa disoccupazione (basso costo dei terreni e immobili e della manodopera). Infatti si riuscì ad attirare capitali e la città, che durante la capitale aveva tralasciato gran parte delle vecchie attività, si mise al lavoro. Gli artigiani ricominciarono a produrre cornici, specchi, copie di opere d’arte, le Officine Galileo svilupparono ulteriormente l’ottica e lo strumento di precisione, la fonderia Pignone la meccanica, l’Osservatorio Ximeniano, dopo la scoperta del motore a scoppio e del sismografo, la meteorologia. Si aprirono nuovi musei e, Firenze, centro della cultura, vide il ritorno dei pittori, scultori e letterati e di riflesso l’apertura di tante Case editrici. Anche le donne si misero al lavoro e con esse il grande sviluppo dell’industria della paglia con la conseguente esportazione all’estero dei prodotti. I forestieri aumentarono di numero e dettero nuovo impulso all’artigianato, alla moda, al commercio e all’attività finanziaria. Il Peruzzi nei suoi terreni prossimi a Firenze promosse l’industria del cemento e in quelli del Valdarno l’estrazione della lignite, sostituta del carbone fossile, per produrre energia. Si dette impulso all’industria edile favorendo la costruzione dei lungarni e di numerose ed eleganti ville e palazzi di stile neoclassico. Furono gli anni della costruzione della facciata della Cattedrale e purtroppo anche del completo sventramento del centro storico (e conseguenti ricostruzioni) dovuto anche a grandi speculazioni. Dal lato finanziario il Comune vendette tutti i suoi immobili, compreso palazzo Spini-Feroni, sede del precedente Municipio, riuscendo a pagare i creditori con un 30% in meno, facendo un piano di ammortamento di 55 anni. E ci riuscì (1935). Nel frattempo i fiorentini dovettero pagare tasse maggiori di quanto si pagava nelle altre città del Regno. Fu quindi una tazza di veleno? Per i nostri antenati sì e Bettino Ricasoli ebbe ragione; per noi discendenti la discussione è aperta.

Enrico Pieragnoli Couture

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