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FIRENZE CAPITALE
FIRENZE CAPITALE
Tutti scontenti

Si avvicina il 3 febbraio, cioè il 150° anniversario di Firenze capitale d’Italia. La Convenzione del settembre 1864 con la Francia ed il conseguente ritiro delle truppe francesi da Roma, determinò la necessità politica per l’Italia di trasferire la capitale da Torino, troppo decentrata, ad una città posta nel centro del Regno. La scelta cadde su Firenze.

Questa decisione scatenò disordini a Torino, in quanto i torinesi non potevano rassegnarsi al trasferimento della capitale in una città più piccola e che non aveva partecipato attivamente alla conquista del territorio nazionale. E non ne furono contenti nemmeno i fiorentini, sospettando che l’onere sarebbe stato superiore all’onore. “Una tazza di veleno” sentenziò il Ricasoli, con la speranza che la provvisorietà riducesse a brevissimo tempo “la disgrazia capitata a questa mia città nativa”! E su questa linea quasi tutti i fiorentini, dal Capponi, al Galeotti, al Polosini. Spaventò soprattutto il ventilato arrivo di migliaia di funzionari e impiegati piemontesi per i quali non era stata preventivata alcuna abitazione.

Alle 22,30 del 3 febbraio ‘65 arrivò in treno il Re Vittorio Emanuele II passando per la “Porrettana” da poco aperta, accolto alla Stazione di S.M.Novella dalle autorità civili e militari, dai senatori e deputati fiorentini, nonché dai più ragguardevoli cittadini della città.

Dopo un paio di giorni il Re si recò nella tenuta reale di S.Rossore dove negli anni successivi andrà spesso per le battute di caccia.

A “Pitti”, come sua residenza, scelse l’edificio confinante col palazzo reale, detto “la Meridiana”, da dove poteva uscire, non visto, dal cancello di via Romana. Per i cavalli fece costruire una nuova scuderia fra la fine del giardino di Boboli e l’inizio del viale Machiavelli. La contessa di Mirafiori, moglie morganatica del Re, venne alloggiata nella villa della Petraia, la Camera dei deputati nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, mentre il Senato al I° piano degli Uffizi al posto del teatro Mediceo che fu eliminato. I senatori non ne furono contenti perché per accedervi dovevano salire 97 scalini. “ Non per niente si chiama -Camera Alta-“ scrisse un arguto fiorentino! I Ministeri in vari palazzi e in alcuni conventi requisiti dallo Stato. Il maggior problema fu dare alloggio alle migliaia di persone (20-25.000) che si trasferirono aggiungendosi ai 118.000 abitanti: si fecero vivi gli speculatori con progetti che, oltre a demolire il centro storico, avrebbero ricoperto di case perfino il Parterre e le Cascine. Gli affitti aumentarono vertiginosamente e questo, assieme ad abitudini e lingue diverse, contribuì ad alimentare reciproche lamentele.

L’aumento dei fitti gravò sui fiorentini e soprattutto sul ceto povero, che dovette emigrare in periferia o nelle campagne. Si deve aggiungere l’arrivo di nuove tasse, fra le quali la tassa sul sale e sui tabacchi. Ci fu un certo rimpianto per il vecchio stato granducale (“la Toscanina”) antesignano della tolleranza civile e dell’abolizione delle torture e della pena di morte (la cui legge lo Stato unitario non volle estendere al resto d’Italia), di emancipazione religiosa (priva peraltro di aspetti anticlericali), di stabilità sociale. Le vecchie “istituzioni amministrative risultavano di molto superiori a certi schemi del nuovo Stato accentrato e unitario, soffocate dal centralismo copiato dalla Francia napoleonica (G.Spadolini)”, tanto che il Ricasoli ed il sindaco Peruzzi furono sconfitti al 1° turno delle elezioni politiche, nonostante l’appoggio dei Prefetti e le loro pressioni sui funzionari governativi. Il nuovo prefetto Cantelli rimase stupefatto dal mancato entusiasmo dei fiorentini, fenomeno questo dovuto in gran parte alla prepotenza della burocrazia piemontese. I membri della Commissione delle belle arti, composta dai migliori esperti e artisti della città (fra i quali Diego Martelli, Giovanni Duprè, Antonio Ciseri) dettero le dimissioni, sentendosi scavalcati dai nuovi venuti che non avevano la minima attenzione per il patrimonio artistico della città. Perfino il Carducci scrisse che pensava “con orrore alla città di Dante, di Giano, di Machiavelli, di Michelangiolo e di Ferrucci cambiata in un’uggiosa capitale di uno Stato accentratore”.

Con la Capitale Firenze conobbe però anche vantaggi, quali quelli letterari: l’uscita di numerosi giornali, sia politici che economici, culturali, satirici, lo sviluppo delle accademie culturali e scientifiche, la costruzione della Biblioteca nazionale con l’obbligo della conservazione di tutti gli scritti editi in Italia e il potenziamento dell’Università rifondata nel ’59 da Cosimo Ridolfi. Importante il ruolo internazionale con la presenza degli ambasciatori delle principali potenze europee con conseguente vita mondana di grande eleganza e nuovi lussuosi alberghi e negozi e con un grande giro di affari che culmineranno nella costruzione della facciata della Cattedrale (1884), nello sventramento del centro storico (tuttora molto discusso), nel viale dei Colli e nella rete idrica e fognaria. Il tutto fu completato però dopo il 1871 e quindi dopo il trasferimento della capitale a Roma. Questo determinò l’improvvisa cessazione di contributi statali già approvati per legge costringendo il Comune ad accollarsi un debito enorme che si esaurirà solo negli anni trenta del successivo secolo, nonostante il taglio di molti progetti, fra i quali il prolungamento del viale dei Colli fino alle Cascine. Il sindaco Peruzzi dovette depennare il rimborso ai creditori, fra cui figurava anche il prestito effettuato dallo stesso sindaco, che così ci rimise la maggior parte del suo patrimonio. Vien da dire: roba d’altri tempi!

I nuovi arrivati dal Piemonte, alla fine, a Firenze si erano trovati bene, tanto che venuti a malincuore, molto a malincuore la lasciarono. Il rammarico fu generale: il Re, la Corte, gli ambasciatori stranieri, i funzionari, gli impiegati tutti avevano di Firenze graditi ricordi per il clima e le bellezze artistiche, ma anche per i rapporti con i fiorentini.

E alla fine in città si disse: “Torino piange quando il re parte, Roma sorride quando il re arriva, Firenze, culla dell’arte, se ne infischia quando arriva e quando parte”!

Enrico Pieragnoli Couture

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